Recensioni Lo spettacolo della compagnia Nèon, messo in scena a Catania, spiazza lo spettatore che si trova coinvolto in un dialogo silenzioso. Il racconto, che in un paio di occasioni sembra perdere linearità, è sempre ripreso dalla regista Monica Felloni e condotto a un senso compiuto
Stesse emozioni, stesso respiro, stessa pelle. Attori e spettatori, impegnati a rappresentare la vita sul palcoscenico o protetti dal buio della platea; persone, prima di tutto, che nel volgere di un’ora e mezza scoprono di essere fatte della stessa sostanza, impastate allo stesso modo di dolore e meraviglia.

Ciàtu – ph Jessica Hauf
E’ questo il miracolo di Ciatu, lo spettacolo della compagnia Nèon messo in scena per la prima volta a Catania, ospite del Teatro Stabile. Non tanto – o non solo – il fatto di portare sul palcoscenico attori disabili, quanto piuttosto la capacità di ribaltare una prospettiva precostituita. “Ciatu” – parola del dialetto siciliano che sta per “respiro”, ma che ha molto a che fare con l’amore e l’appartenenza viscerale – riesce nell’impresa di spiazzare lo spettatore, che si trova coinvolto in un dialogo silenzioso, per approdare alla consapevolezza della propria condizione di disabilità, fisica, intellettuale, spirituale.

Ciàtu – ph Jessica Hauf
Senza indulgere nel compatimento, la regista Monica Felloni riesce a compiere il prodigio annunciato poco prima che si alzi il sipario: “trasformando l’assonanza in consonanza, l’invisibile apparirà per la prima volta”. E l’epifania si compie, puntuale, lungo il percorso segnato da Giordano Bruno, il filosofo condannato al rogo per eresia, sulla cui vita e sul cui pensiero è imperniato l’intero spettacolo. Un pensiero che, quattro secoli dopo, risulta temprato dalle fiamme che avrebbero dovuto ridurlo in cenere e disperderne la forza. “Nella stessa varietà delle cose possiamo individuare un ordine mirabile”, afferma Bruno, per il quale “nessun ordine si ritrova dove non esiste alcuna diversità”.

Alfina Fresta in Ciatu – ph Jessica Hauf
E diversi sono i corpi che “Ciatu” racconta. Diversamente connotati, eppure tutti ugualmente condannati alla caducità e, pare intuire, custodi di una scintilla di divinità. Sul palco, corpi che si toccano, che si ri-conoscono, che comunicano perché, come scrive Piero Ristagno (autore dei testi con Danilo Ferrari, Stefania Licciardello, Manuela Partanni e Chiara Tinnirello) ”ci sono più parole in un millimetro di pelle che in mille pagine di carta”. In video, corpi immersi idealmente in uno stesso liquido, eco di quello in cui ciascuno, senza eccezione, ha visto formarsi la propria vita.

Il corpo iconico di Danilo Ferrari in Ciatu – ph Jessica Hauf
Notevole la sapienza compositiva della regista, fondamentale voce guida, capace di farsi coscienza collettiva. Musica, danza, poesia, immagini, canto: attraverso una successione di tableaux vivants, si snoda un racconto che in un paio di occasioni sembra perdere linearità, ma che la Felloni riesce ogni volta a riprendere e condurre a un senso compiuto. Ogni singolo attore, giovane o adulto, disabile o meno, riesce creativamente a dare a “Ciatu” un contributo irrinunciabile. Un puzzle narrativo in cui nulla, in definitiva, è fuori posto: non lo è il corpo iconico, cristificato, di Danilo Ferrari, capace ancora di gridare “io credo che un senso ci sia”, né la voce portentosa di Alfina Fresta, inatteso inno alla vita. Non lo sono le musiche, fondamentali per la definizione di un racconto che alterna momenti altamente lirici a necessarie distensioni emotive. Ieri sera al teatro Verga l’ultimo appuntamento con “Ciatu”, proprio nel giorno in cui, il 17 febbraio del 1600, Giordano Bruno veniva arso a Roma, in Campo de’ Fiori; seconda e ultima data di uno spettacolo che Catania meriterebbe di vedere ancora.