Recensioni Il Teatro Stabile di Catania riparte con grande fiducia e rigorosa attenzione, per la gioia dei suoi affezionati spettatori con Lu cori non ‘nvecchia, un delizioso spettacolo in scena fino a domenica 26 luglio, frutto della grande creatività di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
Una voce tranquillizzante annuncia le misure di sicurezza in ingresso e in uscita. Le sedie appaiono ben distanziate nell’ampia corte del Palazzo della cultura di Catania. Il Teatro Stabile di Catania riparte così, con grande fiducia e rigorosa attenzione, per la gioia dei suoi affezionati spettatori.
E riparte con Lu cori non ‘nvecchia, un delizioso spettacolo in scena dal 16 al 26 luglio, frutto della grande creatività di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, che confezionano, loro palermitani da tempo emigrati a Bologna, la città di sinistra per eccellenza, un omaggio bellissimo a un autore simbolo della catanesità e dell’amore per la povera gente, il grande Nino Martoglio.
I due registi lo fanno con lo spirito che ha caratterizzato il loro grande sodalizio ormai trentennale: una forma estrema di ricerca che affondi però le sue radici nella tradizione. Ne è venuto fuori un Martoglio toccante con tutto il suo mondo, perfettamente bilanciato tra dolore e comicità, passioni gioiose e tormenti, atroce povertà e gusto della vita. I bravi attori (Daniele Bruno, Cosimo Coltraro, Greta D’Antonio, Valentina Ferrante, Luciano Fioretto, Luca Fiorino, Lydia Giordano, Marcello Montalto, Manuela Ventura) hanno messo in scena con una recitazione sobria, concentrata (nonché attenta alla dure regole della pandemia che non vuole contatti tra i performers), uno spettacolo che ha svelato subito la sua vera natura, quella corale.

Da sinistra Giordano, Fioretto, Bruno, Coltraro, Ventura, D’Antonio, Montalto, Fiorino e Ferrante, foto Antonio Parrinello
Complice l’efficace gioco di luci del sempre valido Gaetano la Mela, che a tratti ha icasticamente definito volti e corpi in maniera quasi caravaggesca, testi teatrali, sonetti, poemi e bozzetti del grande uomo di teatro hanno attraversato con grande leggerezza la scena, svelandone anche la cocente attualità. Basti pensare alle significative parole di Don Procopio (un convincente Cosimo Coltraro) della commedia “U contra” con la famosa scena dell’igiene durante l’epidemia di colera, argomento oggi purtroppo tristemente a noi vicino.
Enzo Vetrano e Salvo Randisi, insomma, riescono in un’impresa difficilissima: confrontarsi con un testo classico, peraltro ben noto agli spettatori, mettendoci dentro tutte le loro invenzioni e volutamente spiazzando così il pubblico. Operazione perfettamente riuscita non a caso proprio con il capolavoro martogliano per eccellenza, quei Civitoti in pretura che ci saremmo aspettati dominati da una frenetica agitazione sul palcoscenico e che, invece, ci sono stati offerti in un’atmosfera quasi trasognata, con una Cicca Stonchiti che Lydia Giordano ha reso pura parola che si fa arte.
Solo alla fine della performance, allora, si comprende, in un palco dominato da un’atmosfera minimale, il profondo significato dell’unico elemento scenico, , quella porta da cui entrano ed escono personaggi e storie. Il passaggio dalla vita alla morte, dal sogno alla realtà è labile e solo il teatro come questo, che lavora molto profondamente sull’attore e sulla parola, riesce ad esprimere.
Lunghi, meritati applausi finali e un grido dalla platea: “Bentornati!”. Bentornati davvero, bentornato Teatro Stabile.
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