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Io e la simmetria radiale delle donne

Blog Femmina affatto vitruviana, cominciai a difettare in simmetria. In me, come la fede, con il passare del tempo è stata persa conservando, poiché esisto, solo quella radiale. Ascriversi a tale tipo di simmetria significa allontanarsi dai canoni classici di bellezza. Per me, 90-60-90 non sono altro che cifre di nessun significato

Quando ero bambina raramente mi portavano dal parrucchiere; era infatti mia madre che mi tagliava i capelli. Mi faceva un orrendo caschetto corto, anzi cortissimo perché, a furia di sbagliare cercava di pareggiare le ciocche fino a quando non c’erano più capelli da tagliare e da dietro somigliavo a un marine americano pronto per lo sbarco in Normandia. La frangetta era una tendina che andava da circa 4 cm di altezza da una parte della fronte e via via diminuiva a gradini per ridursi a circa 2 cm dalla parte opposta. L’addebito era da attribuirsi e spartire salomonicamente tra vittima e carnefice:  io, vittima che avrei dovuto stare immobile con la faccia dentro la morsa della mano materna e mia madre che, nervoso seviziatore, al grido di “stai ferma!” conduceva l’operazione senza alcuna competenza e con strumenti poco appropriati. Con gli occhi chiusi e i residui dei capelli umidi ed appiccicati sulla faccia che si conficcavano dentro il naso e la bocca mi divincolavo compromettendo ancora di più la riuscita del taglio.

Tale operazione che aveva cadenza bimestrale come la lettura del contatore dell’acqua, sanciva nei miei tempi dell’infanzia il diritto sottratto a una bambina di avere una fluente capigliatura di lunghi e lisci capelli castani e quindi costretta a ricorrere nei giochi ad una scialletto blu e nero. Simulava  lo scialletto i capelli ora sciolti, ora intrecciati. Stava al posto di quelli che poteva avere naturalmente ma che avrebbero comportato un’asciugatura più lunga e dunque un fastidio in più dopo il bagno domenicale. L’acconciatura finale mi impetrava nel ricordo dei più come una sfortunata bimbetta paffuta e sbilenca. Questo inoltre era aggravato dal fatto che pure gli orli delle gonnelline, anch’esse manufatto genitoriale, seguivano una pendenza da piano inclinato che non risultava così palese se l’orlo più corto era controlaterale al lato più corto della frangetta ma se era omolaterale in chi mi guardava suscitavo un accorato quanto sincero compatimento.

Poi fu il tempo dell’adolescenza e  della giovinezza dove non si ha bisogno di niente, dove i gioielli sono gli occhi e le perle i denti, dove la pelle profuma di suo ed il fulgore della giovinezza si impone arrogantemente. Con queste armi potenti, naturali arrivarono i primi amori, rapidi come meteore, travolgenti come le piene di impetuose cateratte dalle irrefrenabili correnti. Poi la vita in coppia, i figli, la maturità con le sue fragilità, i carichi, le fatiche. Le disillusioni e i cambiamenti fisici per fortuna non sempre registrati vengono, nella loro drammaticità, percepiti e vissuti con ironia, unica garanzia per poter tirare avanti. Femmina affatto vitruviana, dunque, cominciai a difettare in simmetria che come si sa nelle statue, nelle sedie ed anche nelle oloturie è già mezza bellezza. In me, come la fede, con il passare del tempo è stata persa conservando, poiché esisto, solo quella radiale. Questa non è la simmetria sferica classica degli “animali a palla” i cui esempi per fortuna non sono numerosissimi, quanto piuttosto un tipo di simmetria che consente ad un immaginario piano trasversale  di dividere l’animale o l’individuo in più parti uguali fra loro. Ascriversi a tale tipo di simmetria significa allontanarsi dai canoni classici di bellezza. Per me, 90-60-90 non sono altro che cifre di nessun significato. Forse diceva bene una lontana e scomparsa parente acquisita (mia suocera) che una volta in presenza di un complimento al mio indirizzo commentò acida che in fondo avevo la bellezza dello scecco… Io risi di gusto ma, forse nel suo essere uno spirito semplice, la misera, aveva ragione. A noi della simmetria radiale l’imprenditoria cinese dell’abbigliamento è corsa in  sostegno fornendoci a poco prezzo comodi indumenti contraddistinti da una XL che io, per sentirmi coccolata, leggo come affettuoso acronimo di “per lei”.

Chiaramente vivendo in un’epoca in cui l’immagine è tutto, un po’ soffro, ma non troppo. Qualche anno fa mi ero convinta di utilizzare i mantra d’ importazione, quel  famoso Om che altro non è che un suono liberatorio di cattivi pensieri dalla mente e, ridetto un certo numero di volte, avrebbe effetti benefici ed addirittura la capacità di trasformare in azione ogni desiderio o volontà  mentale. Giuro che ho ripetuto migliaia di volte “voglio dimagrire” ma non ha mai funzionato mai. La colpa è da attribuirsi all’essere sicana cioè a quell’origine che rende tarchiati nelle forme, rozzi nei tratti, aggressivi e primitivi nei sentimenti. Oltretutto in noi siciliani non c’è stimolo al miglioramento in quanto ci sentiamo già perfetti così come siamo ed orgogliosi del nostro essere in qualsiasi condizione e situazione. Ricordo  di un ingorgo stradale nei pressi della stazione centrale di Palermo, quando mi si parò davanti una motoape che mi colpì per il suo stato estremamente miserevole, scrostata nella verniciatura, piena di ammaccature e dall’assetto sghembo… eppure sulla sponda posteriore oltre all’insegna dell’azienda: “da Nino” scritto con le N al contrario, “si trasporta tutto e si sbarazzano magazzini” troneggiava un cartone su cui era scritto “Crepi  l’invidia!”.

La simmetria radiale nell’arte dei mosaici

Come sosteneva lo storico siciliano Biagio Pace nei siciliani primeggiano tre caratteristiche: intelligenza, diffidenza ed umorismo e la loro esasperazione le trasforma in genio, scontrosità e sguaiataggine. Noi siciliani le possediamo sempre, tutte e tre, magari combinate in percentuali diverse ma sono nostre e non ci abbandonano mai. L’ambiente di crescita, gli studi ne possono modulare il grado per ognuna; da ciò nasce quel cocktail, quella ricetta personalizzata che offriamo a dosaggio diverso all’interlocutore di turno. Giullari, filosofi, avvocati e professori, se flessibili e ridondanti nell’ilarità, non siamo disposti a trattare sulle nostre cose private, quelle importanti la cui comunicazione consegniamo più al nostro sguardo serio che alle parole che, in queste occasioni, sono sempre poche ma affilate come selci.

La Sicilia come pantografo di tutto ciò che vi è presente rende infinitesimali le sensazioni, i sentimenti, le passioni, gli  odi senza però che nulla sia mai ordinario, banale; dove anche le cose più semplici diventano potente ed efficace esaltazione del carattere. E, nonostante il tratto distintivo di un indole difficile, di un primitivo impulso alla solitudine di un isola, essa si apre al mondo. E lo fa con i giovani che sono gli ambasciatori a cui affidiamo orgogliosi le nostre deleghe in bianco per la promozione e la diffusione di cariotipi eccezionali, forgiati in millenni di storia dove non esiste il concetto di razzismo, di rifiuto dell’accoglienza del diverso. Questi giovani che sono anche bellissimi fisicamente con gli occhi neri all’orientale o azzurri trasparenti alla normanna. Ed i tratti dei loro volti, dei loro corpi rappresentano in pieno la simmetria, l’accordo di misure, le armoniche proporzioni dell’aureo concetto di perfezione.

Per quanto mi riguarda, qualche anno fa, ancora a distanza di cinquant’anni capitava che mia madre guardandomi con attenzione cinguettava al mio indirizzo: “Ma perché non ti tagli i capelli corti corti che ti stanno così bene?” Ed è solo per la mia età matura e  per una forma residua di credito filiale che con lo sguardo più serio che avevo (quello di cui parlavo sopra) le comunicavo solo mentalmente un rispettoso “va-fan-culo”.

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